Elena e la matematica

Intervista a Seymour Papert

Posted on: ottobre 25, 2010

Il matematico Papert è uno dei pionieri dell’intelligenza artificiale. Egli è internazionalmente riconosciuto come grande pensatore sui modi di cambiare l’apprendimento grazie ai computer. Nato e formatosi in Sudafrica, dove ha partecipato attivamente al movimento anti-apartheid, Papert ha svolto ricerca matematica all’Università di Cambridge dal 1954 al ’58. Ha collaborato in seguito con Jean Piaget all’Università di Ginevra dal 1958 al ’63. E’ stata questa esperienza che lo ha portato a considerare l’utilizzo della matematica al servizio della comprensione di come i bambini possano apprendere e pensare. Agli inizi degli anni ’60 Papert è entrato al MIT (Massachusetts Institute of Technology), dove ha fondato con Marvin Minsky il Laboratorio di Intelligenza Artificiale (Artificial Intelligence Laboratory)

“L’idea di Logo è che i ragazzi dovrebbero avere delle responsabilità. Molto spesso penso che i computer siano usati come se il ragazzo venisse programmato dalla macchina”

“Per fare un’analogia, se si vuole imparare la musica, è bene suonare uno strumento. Con la conoscenza matematica, il computer è come il pianoforte. Consente di suonare la conoscenza”


Alcuni anni fa Lei ha inventato LOGO, un programma di computer per bambini delle scuole elementari. Ci può spiegare che cos’è?
LOGO era motivato dall’idea di affidare il computer ai bambini, perché quando guardo e vedo come vengono utilizzati i computer, è il bambino ad essere affidato al computer. Il computer dice al bambino cosa fare. Fa una domanda e dice “giusto” o ” sbagliato”. Questo non è il modo di utilizzarlo. Il modo di procedere è mettere il bambino in condizioni di controllare il computer. LOGO è uno strumento che consente ai bambini di utilizzare il computer per fare qualsiasi cosa vogliano fare: della musica, dell’arte, dei giochi, delle ricerche storiche. E’ un modo per dare ai bambini, e anche a chiunque altro, agli adulti come ai bambini, il controllo del computer.

Può parlarci del linguaggio Logo e del nuovo progetto di un linguaggio di programmazione Logo adattato ai ragazzi?“L’idea di Logo è che i ragazzi dovrebbero avere delle responsabilità. Molto spesso penso che i computer siano usati come se il ragazzo venisse programmato dalla macchina” Il computer programma il ragazzo in modo che dia lui la risposta esatta sulle tabelline e tutto il resto. Per 30 anni ho provato a invertire questo processo: dovrebbe essere il ragazzo a programmare il computer, e programmando il computer il ragazzo impara attraverso l’insegnamento e l’azione. Quindi penso che si debba programmare il computer e sapere come si programma se se ne vuole veramente apprezzare la potenza. Si tratta di mettere la potenza del computer nelle mani dei ragazzi, in modo che possano capire il potere di questo amplificatore dell’intelletto
Lei ha anche affermato che i bambini dovrebbero avere la possibilità di costruire nuovi mondi e di farli lavorare con il computer, ha sostenuto che i bambini devono avere la possibilità di costruire nuovi mondi e di farli funzionare. Perché?Analizziamo questa cosa con un piccolo esempio. Il più facile da descrivere è un progetto che abbiamo realizzato con molti bambini, in cui questi ultimi realizzano i propri videogiochi. Dunque, il primo cambiamento che arriva quando un bambino può fare un proprio videogioco è che i bambini passano dall’essere consumatori ed essere produttori. Questo è un primo cambiamento nell’approccio e nella mentalità e questo è un cambiamento già di per sé un cambiamento importante. Ma facendo questo videogioco, parti realmente importanti della conoscenza entrano nel gioco, e così il bambino è molto motivato ad apprendere bene. Che cosa? Prima di tutto la programmazione: il bambino apprende a programmare il computer per fare il gioco. Poi, nel realizzare questi giochi, devono svolgere molte operazioni. Uno dei miei esempi preferiti è cosa un bambino possa pensare a proposito del salto. Immaginiamo di fare una gara. Si vuole far correre una piccola figura e poi farla saltare. Ora: cos’è un salto? Se si salta personalmente, non si deve pensare a cosa sia un salto. Ma se si vuole che sia il computer a farlo, può essere necessario pensare: “Ebbene, cos’è un salto? Si va su, si passa, e giù così. Non ha l’aspetto di un buon salto. Cos’è un buon salto? E’ più simile a questo? Cosa significa esattamente, questa forma?” In questo modo il bambino entra nella matematica per capire la forma di un salto, di un percorso, di quello che un matematico chiamerebbe una traiettoria. E poi, da questo, entra nella fisica per capire come funziona il salto in relazione alla gravità. Questo bambino entra, dunque, in quello che sembra essere una conoscenza molto avanzata della matematica, della fisica, e di molte altre cose, nella programmazione. Il fatto che il bambino cerchi di far funzionare questo gioco fornisce una situazione diversa per l’apprendimento, una diversa motivazione. Il bambino è realmente motivato perché è insita, nel gioco, la possibilità di esplorare. E’ un modo diverso di apprendimento rispetto al sedere in una classe, dove il maestro dice questo e quello, e si scrive e si memorizza. E’ un modo molto più efficiente di apprendere.

Cosa pensa che un computer possa offrire ad un bambino di diverso da un libro?Noi non pensiamo che il computer dia qualcosa al ragazzino. Per fare un’analogia, se si vuole imparare la musica, è bene suonare uno strumento. Cosa può dare un pianoforte a qualcuno, che non gli può dare un libro? E’ la stessa risposta. Il pianoforte consente di fare qualcosa con la musica, di renderla propria, di esprimere se stessi. Nel libro si può leggere sulla musica, ma non è la stessa cosa. Con la conoscenza matematica, il computer è come il pianoforte. Consente di suonare la conoscenza; il libro ce la può solo dare.

La matematica, dunque, dovrebbe essere insegnata in un modo più pratico?Dovremmo insegnare una matematica diversa. La matematica che insegniamo a scuola è completamente inutile, mentre essa costituisce un modo di pensiero attivo. E’ quindi inutile cambiare solo il modo di insegnare la stessa materia. Dobbiamo creare, viceversa, un nuovo contesto. Penso, per esempio, che i bambini possano apprendere un modo per realizzare dei meravigliosi progetti con i computer, come costruire dei robot, o fare dell’arte computerizzata con la realizzazione di spettacoli multimediali. Per fare questo hanno bisogno di un’importante matematica: la matematica che una volta era impossibile insegnare, ma che ora i bambini possono apprendere. Ciò ha un senso solo cambiando l’intera struttura di quello che pensiamo.
Quindi la scuola del futuro è la scuola di oggi?Prima ci accorgiamo che in futuro la scuola sarà completamente diversa meglio sarà, e prima abbiamo il coraggio di fare grandi passi meglio sarà. Ma non credo che potremo sapere come sarà veramente tra venti o trent’anni. Sarà un’evoluzione della società, non è possibile sapere cosa farà la storia. Persone creative faranno sempre cose che ci sorprenderanno. Il nostro grande ruolo è – se vogliamo pensare al futuro- far sì che l’umanità abbia la libertà e la fiducia di esplorare in nuove direzioni. Quello che è veramente grave del sistema scolastico è che non permette al singolo insegnante o al singolo studente di esplorare liberamente in nuove direzioni l’insegnamento e l’apprendimento. Il miglior modello per vedere cosa possiamo fare con la tecnologia sono le scuole. Quanto a me, uno dei modelli che mi ispira a realizzare cose diverse nelle scuole è quello delle scuole materne nel comune di Reggio Emilia, dove sono riusciti a fare qualcosa di completamente diverso da qualsiasi altra scuola materna ovunque. E penso che questo dimostri quanto la diversità può far identificare una comunità con una nuova direzione, e cresce e si arricchisce perché le persone ci credono, e credono che gli appartiene. Credo che questo sia il modello. Non che sia da seguire alla lettera, naturalmente, non voglio che nessuno segua alla lettera quello che faccio. Dovremmo considerare il sistema di quelle scuole come un esempio di ciò che può succedere se consentiamo la diversità, se consentiamo che certe scuole seguano un loro cammino.

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